Io sono altro da questo.
E ormai sarebbe persino inutile discutere di questa cosa con me stesso o con altri.
Io sono quello che starebbe chiuso in casa a guardare per un'ora un ideogramma cinese particolarmente complesso. A non capirne forse l'ordine dei tratti, ma non rassegnadosi, imperterrito continua a cercarne la trama.
Io sono quello che starebbe per ore a guardare un film noioso come quello che racconta della ragazza sorda, sfuggita alla pulizia etnica in Serbia che va a fare da infermiera a un operaio ferito dopo un'esplosione su una piattaforma petrolifera e che nel raccontare gli orrori del passato rivive il momento in cui i soldati, dopo averla stuprata, le ricucirono le ferite con del sale dentro.
Io non sono una persona gioviale. Mi fregio del mio pessimismo. Sono anche intimamente asociale. Quando sanno che sono calabrese, pensano tutti a una spiaggia, ma non sanno che sono crescito fra i pini e la neve: il gelo mi ha cullato. Per sopravvivere mi sono costruito un'impalcatura di socialità attorno. Rimango inebetito di fronte alla mia capacità di essere altro da me stesso.
Io sono quello che potrebbe rimuginare per ore nel buio del giorno del suo appartamento a pianterreno sulla tristezza delle persone scomparse e impassibile continuare a guardare un mazzo di fiori lentamente decomporsi dentro al vaso.
Sono altro da quello che sono e temo che questo mio alter ego stia per rivoltarsi contro me stesso.
Violentemente e irreparabilmente.
mercoledì 6 luglio 2011
lunedì 4 luglio 2011
Kennst du das Land....

Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn,
Im dunklen Laub die Goldorangen glühn,
Ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht,
Die Myrte still und hoch der Lorbeer steht,
Kennst du es wohl?
Dahin! Dahin
Möcht ich mit dir, o mein Geliebter, ziehn!
J.W. Goethe
La Sehnsucht romantica, la nostalgia verso le terre riarse e decadenti del meridione italiano, dell'isola più grande e più agognata del Mediterraneo è raccolta in pochi versi dal poeta tedesco, restituendone con potere la forza espressiva ed evocativa.
C'è un unico ed inconfondibile accordo sinestesico che lega il sapore delle sarde a beccafico(1) e l'accordo cromatico delle tessere dei mosaici della Cappella Palatina di Palermo. Guardando quei colori, quelle immagini così rigorosamente accostante, il soffitto a cassettoni che sembra fatto di pasta di mandorle si sente in bocca il sapore del mare, delle sarde e dei fichi. Il colore dorato delle tessere di mosaico che ricorda il sole della terra di Sicilia si confonde con gli odori dolciastri di datteri che marciscono in terra a Piazza della Vittoria e di aromi che profumano cassate e cannoli.
E' difficile raccontare un viaggio, perché è sempre un'esperienza multidimensionale che costringe il visitatore in più dimensioni contemporaneamente, tutte molto difficili da rendere attraverso la scrittura. E forse in questo caso il segreto sta proprio nella sinestesia: quella sensazione tanto cara ai poeti maledetti che indica una sovrapposizione percettiva in cui diversi sensi tendono a confondersi e mescolarsi.
Una sinestesia di sensi che è cominciata dal Grand Hotel et des Palmes (2). Un'antica casa baronale trasformata in albergo, con una hall grandiosa ornata da statue neoclassiche. Il bello, che stupisce e confonde. La storia, i grandi personaggi del passato e le piccole storie di oggi che convivono e sopravvivono in quelle mura.
La colazione nella fastosa Sala degli Specchi dell'hotel, un salone da ballo in cui si sente ancora il frusciare delle grosse e larghe vesti delle dame dell'ottocento e il fruscio di ventagli per combattere la gran calura. La musica dell'orchestrina che suona i valzer nel fondo della sala è sostituita dal tintinnio delle stoviglie degli ospiti del terzo millennio che consumano colazioni al mattino.
"Entrare in questa sala in T-shirt è quasi una profanazione" ha detto molto intelligentemente S. l'ultima mattina di soggiorno. Una profanazione “profonda”, ma piena di senso e significato. L'unico modo per uscire da questo rompicapo, è pensare a Wagner che in un suo soggiorno proprio fra quelle mura ha ben pensato di comporvi il Parsifal (3), o parte di esso; un’opera che Marinetti considerò simbolo della decadenza della cultura occidentale. Quale posto migliore per ispirarsi... e per pensare alla decadenza dei nostri costumi, in senso largo e stretto.
Palermo è una città di contraddizioni, di chiazze di inconfondibile bellezza e di profondo squallore. Rappresentazione cupa dell'Italia a due velocità, del tanto millantato federalismo: del sangue versato proprio in quella terra da chi l'Italia l'ha fatta e da chi oggi la saccheggia sostituendo le fonti battesimali con ampolle di acqua sacra di un qualche fiume senza referenze storiche.
I secoli e le culture lottano e si sovrappongono a San Giovanni degli Eremiti; nel chiostro si respirano gli odori delle piante nord-africane, del quotidiano arabo e ci si sente abbracciati e rassicurati dal chiostro e dalle sue colonne cristiane.
La chiazza barocchissima, opulenta anche se talvolta diroccata al di qua della Porta Nuova, con una cattedrale tirata a lucido e una via Vittorio Emanuele che porta verso i palazzi cinquecenteschi che la circondano; e la chiazza della povertà e del degrado al di là della Porta, verso il convento dei Cappuccini. Un regno moderno fatto di immondizia e lerciume di ogni genere con edifici cadenti e devastati. Uno squarcio nelle mura che fiancheggiano Via dei Cappuccini dietro l’Albergo delle Povere mi ha aperto un mondo a me molto noto, ma che avevo accantonato: la povertà fisica, spirituale e materiale delle periferie. Le periferie delle città, del meridione, del mondo. La rovina dei corpi appesi dei frati cappuccini si ripercuote nella marcescenza delle strade adiacenti, ferendo il senso del vivere in modo violento con l’ostentazione della morte e della decomposizione.
Ma per capire davvero Palermo c'è a mio avviso solo uno stratagemma. Andare a messa la domenica mattina, o per lo meno visitare le chiese durante questi riti misterici sopravvissuti nei secoli. Nella Chiesa di San Salvatore in Via Vittorio Emanuele, la Palermo bene che veste abiti di alta moda si lascia abbindolare dalla maestria (apparente) del loquace e pingue prete dagli abiti sfavillanti che sciorina scienza e dottrina da un palco posto ad altezza viso degli astanti, proteso verso le orecchie (e le tasche) dei fedeli (fedeli a chi, a che cosa?). Una platea silenziossissima e gremitissima.
Poco più avanti, nella fastosissima Chiesa di San Giuseppe dei Teatini, un prete dal chiarissimo accento sudamericano, un prete di importazione per sopperire alla terribile e sottaciuta crisi di vocazioni che affligge il decadente clero italiano, recita una messa a pochi sparuti e informalissimi fedeli.
Il prete rockstar, coi capelli lunghi e spettinati, il Che della diocesi alternativa ci è piaciuto molto. E ci ha permesso di capirci meglio in questa esperienza etnografica: Palermo è una città cattolicissima, ma a due dimensioni.
E grazie alla (leggi anche: per disgrazia della) globalizzazione e scomposizione disordinata delle classi sociali, il Grand Tour del terzo millennio con expedia.it oggi costa circa 217 euro (volo (4) e alloggio).
1. Le abbiamo mangiate all’Antica Focacceria S. Francesco. Merita una visita e molte scorpacciate.
Via Alessandro Paternostro, 58 90133 Palermo tel. 091 320264
http://www.sito3d.it/anticafocacceria/
2. Grand Hotel et Des Palmes
Via Roma, 398 90139 Palermo, Italy
TEL. +39 091 60 28 111
3. "Parsifal è l'ultimo dramma di Richard Wagner, andato in scena il 26 luglio 1882 a Bayreuth, ma rappresentato per la prima volta nei teatri europei solo a partire dal 1914. Dopo una gestazione lunga alcuni decenni, l'opera fu composta tra il 1877 e il 1882." Da Wikipedia.
4. Evitate la compagnia Blu-express come fosse la peste bubbonica o la spagnola dell’800. Sono il peggio, del peggio, del peggio. Il loro slogan non dovrebbe essere “Pay less. Fly blu”, bensì “Pay less. Fly in a blu”!
martedì 12 aprile 2011
Pregiudizi, una palestra e hasta la victoria (de Berluska) siempre
Tutti abbiamo pregiudizi. Ce li ho anche io che ho educato me stesso rigorosamente e scientificamente a riconoscerli e stanarli.
Per combattere i pregiudizi, mi è stato insegnato sin da subito a entrare in contatto con quelle realtà verso le quali nutriamo un pregiudizio, sperimentarle in prima persona e tentare a rielaborare le nostre pulsioni trasformandole in "giudizi".
Ma che cos'è un pregiudizio? L'etimologia dal latino prae, "prima" e iudicium, "giudizio" è chiara e può forse aiutare. Sono posizioni di favore o sfavore rispetto a un determinato gruppo o comportamento che non sono fondate sull'esperienza diretta e/o fisica con quella determinata circostanza.
E' un pregiudizio pensare che i giapponesi siano un popolo ordinato, preciso e in perfetta sintonia con la legalità. In Giappone esistono gang mafiose (che seppure con connotazioni totalmente differenti dalle nostre) potentissime che controllano ancora oggi cospicue fette d'economia del Paese del Sol Levante.
Ho volutamente fatto riferimento a un pregiudizio positivo per tentare di approdare al mio pre-giudizio negativo che ora diventa un severo "giudizio" fortemente negativo.
Ho da sempre creduto che quelli che decidono di trascorrere il proprio tempo in palestra a gonfiarsi i muscoli, come priorità precipua della propria esistenza nel proprio tempo libero, fossero persone intellettualmente povere e prive di spirito critico. Senza generalizzare, ma nella massima ho sempre creduto fosse così. Da qui il mio pregiudizio nell'approccio nei confronti di chi va in palestra e nel mio essermi rifiutato di frequentare questi posti.
Eppure lo sport è una pratica salutare, persino importante per il benessere psicofisico... mi son sempre detto. Esperienze di vita mi hanno posto a dovere fare i conti con questo pre-giudizio...
Mi sono detto... ok, metti alla prova te stesso. Sperimentati fisicamente, vai in prima persona, frequenta un palestra, dopo e solo dopo esprimi il tuo pensiero.
L'ho fatto.
E il mio giudizio rimane, anzi, si consolida come fortemente negativo. La massima parte di queste persone che hanno come priorità assoluta dopo una giornata di lavoro o di studio, quella di andarsi a gonfiare i muscoli in palestra è gente con cui non ho niente da spartire e condividere. Me ne devo fare una ragione.
Per non parlare del sessismo e del genderismo specista più becero di cui questi luoghi sono latori:
"Nella sala fitness i MASCHI non ci vanno...". E' vero, li vedi sbuffare sudore e fiatone puzzolente dietro a qualche chilo di ferro che fa su e giù. Non si mischiano con le FEMMINE che si fanno guidare dagli istruttori... per carità.
Poi, fate un esercizio, vi sfido a trovare UNO e solo UNO degli attrezzi in cui la figura che spiega quali sono i muscoli che vengono sollecitati o il funzionamento sia il profilo stilizzato di una donna... tutti MASCHI e con i muscoli ben gonfi...
Or dunque, ho maturato sufficienti elementi di analisi. Ma oramai ho pagato. Non mi va di aver buttato dei soldi per non usufruire di un servizio. Continuerò ad andarci nel bene e nel male, finché abbonamento non scada.
Però ho una consapevolezza in più e una certezza ulteriore: non devo più farmi domande sul perché una persona come il nostro premier abbia governato questo paese da 2 soldi per vent'anni. Specchio del popolino affamato o con la panza piena, colto o ignorante e intriso di specismo e genderismo non può che rispecchiarsi in quell'emblema.
Non mi resta che attendere il suo soccombere. Non posso pretendere di vedere con i miei occhi questo cambiamento radicale dei costumi del popolino italico, morirò molto prima.
Ricordo ancora dei bellissimi momenti, quando lavoravo e studiavo ed ero molto stanco alla fine della giornata. Per tornare a casa decidevo per una passeggiata giù per Colle Oppio a vedere il tramonto sui Fori Imperiali.
Non mi riesce di immaginare che la priorità di una persona intelligente possa essere quella di recarsi in questi posti fetenti a gonfiarsi i muscoli.
Tornerò a dilettarmi con le mie passeggiate e a studiare i dettagli di ogni capitello dei fori, per ricordare che una volta, tanto tempo fa, questo è stato un paese glorioso.
Per combattere i pregiudizi, mi è stato insegnato sin da subito a entrare in contatto con quelle realtà verso le quali nutriamo un pregiudizio, sperimentarle in prima persona e tentare a rielaborare le nostre pulsioni trasformandole in "giudizi".
Ma che cos'è un pregiudizio? L'etimologia dal latino prae, "prima" e iudicium, "giudizio" è chiara e può forse aiutare. Sono posizioni di favore o sfavore rispetto a un determinato gruppo o comportamento che non sono fondate sull'esperienza diretta e/o fisica con quella determinata circostanza.
E' un pregiudizio pensare che i giapponesi siano un popolo ordinato, preciso e in perfetta sintonia con la legalità. In Giappone esistono gang mafiose (che seppure con connotazioni totalmente differenti dalle nostre) potentissime che controllano ancora oggi cospicue fette d'economia del Paese del Sol Levante.
Ho volutamente fatto riferimento a un pregiudizio positivo per tentare di approdare al mio pre-giudizio negativo che ora diventa un severo "giudizio" fortemente negativo.
Ho da sempre creduto che quelli che decidono di trascorrere il proprio tempo in palestra a gonfiarsi i muscoli, come priorità precipua della propria esistenza nel proprio tempo libero, fossero persone intellettualmente povere e prive di spirito critico. Senza generalizzare, ma nella massima ho sempre creduto fosse così. Da qui il mio pregiudizio nell'approccio nei confronti di chi va in palestra e nel mio essermi rifiutato di frequentare questi posti.
Eppure lo sport è una pratica salutare, persino importante per il benessere psicofisico... mi son sempre detto. Esperienze di vita mi hanno posto a dovere fare i conti con questo pre-giudizio...
Mi sono detto... ok, metti alla prova te stesso. Sperimentati fisicamente, vai in prima persona, frequenta un palestra, dopo e solo dopo esprimi il tuo pensiero.
L'ho fatto.
E il mio giudizio rimane, anzi, si consolida come fortemente negativo. La massima parte di queste persone che hanno come priorità assoluta dopo una giornata di lavoro o di studio, quella di andarsi a gonfiare i muscoli in palestra è gente con cui non ho niente da spartire e condividere. Me ne devo fare una ragione.
Per non parlare del sessismo e del genderismo specista più becero di cui questi luoghi sono latori:
"Nella sala fitness i MASCHI non ci vanno...". E' vero, li vedi sbuffare sudore e fiatone puzzolente dietro a qualche chilo di ferro che fa su e giù. Non si mischiano con le FEMMINE che si fanno guidare dagli istruttori... per carità.
Poi, fate un esercizio, vi sfido a trovare UNO e solo UNO degli attrezzi in cui la figura che spiega quali sono i muscoli che vengono sollecitati o il funzionamento sia il profilo stilizzato di una donna... tutti MASCHI e con i muscoli ben gonfi...
Or dunque, ho maturato sufficienti elementi di analisi. Ma oramai ho pagato. Non mi va di aver buttato dei soldi per non usufruire di un servizio. Continuerò ad andarci nel bene e nel male, finché abbonamento non scada.
Però ho una consapevolezza in più e una certezza ulteriore: non devo più farmi domande sul perché una persona come il nostro premier abbia governato questo paese da 2 soldi per vent'anni. Specchio del popolino affamato o con la panza piena, colto o ignorante e intriso di specismo e genderismo non può che rispecchiarsi in quell'emblema.
Non mi resta che attendere il suo soccombere. Non posso pretendere di vedere con i miei occhi questo cambiamento radicale dei costumi del popolino italico, morirò molto prima.
Ricordo ancora dei bellissimi momenti, quando lavoravo e studiavo ed ero molto stanco alla fine della giornata. Per tornare a casa decidevo per una passeggiata giù per Colle Oppio a vedere il tramonto sui Fori Imperiali.
Non mi riesce di immaginare che la priorità di una persona intelligente possa essere quella di recarsi in questi posti fetenti a gonfiarsi i muscoli.
Tornerò a dilettarmi con le mie passeggiate e a studiare i dettagli di ogni capitello dei fori, per ricordare che una volta, tanto tempo fa, questo è stato un paese glorioso.
domenica 13 marzo 2011
Oggi non è ieri
La scena emblematica della mia vita di adesso. Paesano emancipatosi innaturalmente alla vita cittadina.
Sono sul treno che da Termini va verso l'aeroporto; nelle ultime due settimane ho fatto avanti e indietro due volte da Bruxelles. C'è un punto in cui il treno, dirigendosi verso la stazione Tuscolana, incrocia Porta Maggiore. Spesso da lì capita di poter intravedere fermo sui binari il trenino della Roma-Giardinetti. Eccomi, dipinto da un'istantanea. Sono quello che va avanti e indietro dall'aeroporto, ma anche quello che prende il trenino che porta gli immigrati e i poveracci dalle periferie verso il centro e viceversa.
Con questa mia duplice vita mi scontro quotidianamente. Con questa doppiezza mi devo confrontare in ogni momento. E ci sono dei momenti in cui il confronto diventa davvero aspro. La visita di un genitore in questi giorni è stato un momento particolarmente pesante a questo riguardo.
Più passa il tempo e sparisce l'entusiasmo dell'essere giovani e forti, più mi chiedo se sia davvero valsa la pena fare tutti i sacrifici fatti e pagare i prezzi enormi per ottenere questa vita di oggi...
Più me lo chiedo, più i dubbi aumentano. Come il dolore nel vedere una ruga in più sul viso di una delle persone più amate e renderti conto che mentre il tempo passa, tu sei stato strappato alla quotidianità di un affetto in modo crudele e innaturale.
Per essere quello che sono oggi.
Sono sul treno che da Termini va verso l'aeroporto; nelle ultime due settimane ho fatto avanti e indietro due volte da Bruxelles. C'è un punto in cui il treno, dirigendosi verso la stazione Tuscolana, incrocia Porta Maggiore. Spesso da lì capita di poter intravedere fermo sui binari il trenino della Roma-Giardinetti. Eccomi, dipinto da un'istantanea. Sono quello che va avanti e indietro dall'aeroporto, ma anche quello che prende il trenino che porta gli immigrati e i poveracci dalle periferie verso il centro e viceversa.
Con questa mia duplice vita mi scontro quotidianamente. Con questa doppiezza mi devo confrontare in ogni momento. E ci sono dei momenti in cui il confronto diventa davvero aspro. La visita di un genitore in questi giorni è stato un momento particolarmente pesante a questo riguardo.
Più passa il tempo e sparisce l'entusiasmo dell'essere giovani e forti, più mi chiedo se sia davvero valsa la pena fare tutti i sacrifici fatti e pagare i prezzi enormi per ottenere questa vita di oggi...
Più me lo chiedo, più i dubbi aumentano. Come il dolore nel vedere una ruga in più sul viso di una delle persone più amate e renderti conto che mentre il tempo passa, tu sei stato strappato alla quotidianità di un affetto in modo crudele e innaturale.
Per essere quello che sono oggi.
sabato 29 gennaio 2011
Le parche

Quando per la prima volta, tanti anni fa, mi sono imbattuto nella storia di questi personaggi mitologici, mi ricordo di essermi soffermato a lungo a immaginare coem effettivamente fossero queste signore.
Parca, Nona e Decima sono raffigurate come delle tessitrici scorbutiche nella maggior parte dei casi. La prima fila il tessuto della vita, la seconda ne decide il destino e la terza ne decreta la fine, taglianto i fili con delle grosse forbici.
Erano così potenti che nemmeno gli dèi potevano intervenire sul loro operato.
Erano insomma una sorta di Corte Costituzionale dei tempi moderni.
La mia passione per le fate discende comunque dalle semplicissime domande che ognuno di noi si pone rispetto al destino, al caso.
Non ho mai avuto una aprticolare passione nei confronti del destino, non ho mai creduto in qualcosa di predeterminato, perché penso che la vita sia costituita da un numero così elevato di coincidenze ed eventi concatenati che sia piuttosto il caso a decidere di quello che saremo e di ciò che sarà di noi.
In alcuni casi questo caso - e qui immagino la seconda parca che sogghigna - è particolarmente accanito e maligno; sembra operare esclusivamente per distruggere le pochi basi consolidate che sono riuscito a costruirmi.
Un avvertimento a me stesso: questa volta sono determinato a prendere io il posto della seconda parca e determinare almeno in parte ciò che dovrà accadere.
lunedì 27 dicembre 2010
Caro Babbo Natale
Caro Babbo Natale,
ti sembrerà strano che ti scriva solo adesso, ma finora il tuo sogno mi è stato scippato. Ho quasi trent'anni è vero, ma non ti stranire. Fra poco ti sarà tutto più chiaro e capirai perché ricevi la mia prima letterina solo a quest'età.
Mi sono sempre chiesto quanti anni abbia tu, ma non ho mai avuto una risposta. Mi hanno detto solo che sei molto vecchio, per questo motivo spero che tu non ti faccia problemi per la mia età oramai non più tenera.
E non stupirti nemmeno che ti scrivo solo ora. La letterina te la mando adesso che Natale è passato, perché spero che da qui all'anno prossimo tu abbia abbastanza tempo per riflettere sulle mie considerazioni. So che saranno difficili da esaudire e anche da prendere semplicemente in considerazione. Ma perché dovrei scriverti altrimenti a quest'età? Ho una carta di credito tutta mia (prima del furto... è vero... )quindi posso comprarmi tutto quello che voglio, quindi a te chiederò solo cose che non si possono comprare con i soldi e con le fatiche.
Vorrei che non ci fosse più sofferenza. Quest'anno ne ho vista molta attorno a me. Ho visto una persona attraversare un tunnel molto lungo, in cui la realtà era accecata. Ho visto sulla sua faccia un'immensa sofferenza, smarrimento e dolore. Incomprensione per quello che le stava succedendo, incapacità di analizzare le radici profonde di questo male.
Ti prego, regala il sorriso a tutti quelli che mi vogliono bene, proprio quel sorriso che ho visto sulla sua faccia quando dal tunnel è uscita con la speranza di non doverci mai più fare ritorno.
Vorrei che ci fosse sempre l'amore. Quest'anno sono stato fortunato e penso di averne ricevuto molto. Ci tiene in vita ed accende le speranze. Ne ho visto fiorire molto anche nei torridi mesi estivi, quando i fiori soffrono sfiancati dalla calura. Ho visto dei sorrisi, del buonumore, ho visto una compagnia di cui non godevo da tempo.
Ti prego, fai in modo che questo amore possa crescere e diventare sempre più forte davanti a un mondo che lo vorrebbe estinto, invisibile e represso. Fai in modo che avremo la forza di coltivarlo nonostante le intemperie e le circostanze avverse che lo circondano, sarà così che ritroveremo forse la speranza che anche questo amore è possibile.
Vorrei che la salute fosse data per tutti. Ho visto stanze del mio ufficio svuotarsi, temporaneamente o definitivamente. Persone che hanno dato la propria vita alla causa, lottando per i più poveri e per i meno abbienti di diritti. Ho visto queste persone sudare per fare in modo che i meno fortunati fossero uguali a noi. Ho assistito a riti multireligiosi che commemoravano la scomparsa di queste persone: in un'unica sala dieci dèi diversi invocati contemporaneamente, ma tutti uniti nella speranza che quell'anima buona trovi la pace duratura. Ho visto un'amica uscire dagli ospedali e tornare a ballare con me, la gioia negli occhi di essere emersa da un cumulo.
Ti prego, fai in modo che anche l'anno prossimo io e tutti coloro che stanno per unirsi alla causa dell'aiuto ai più disperati e bisognosi possano trovare in loro l'energia per continuare a lottare in questo paese dalla politica cattiva, malefica ed egoista.
Vorrei che il passato fosse un amico e non un coltello brandito a sorpresa dietro una porta. Spero nella riconciliazione con ciò che mi è appartenuto, nel lontano passato da bambino al paese del sud desolato dal quale ti scrivo e nel vicino passato da adulto nella capitale. Vorrei che questi due mondi un giorno si conciliassero e che le persone che li hanno abitati trovino la concordia anche dopo il conflitto.
Ti prego, fai in modo che io trovi le forze per scacciare il negativo che questo passato mi porta e riscoprire il positivo che mi fa continuare a vivere serenamente.
Caro Babbo Natale, so che questa lettera non ti arriverà mai. Mi accontenterei però anche soltanto se essa arriverà al cuore di chi, attraverso le mie mani,l'ha creata.
S.
ti sembrerà strano che ti scriva solo adesso, ma finora il tuo sogno mi è stato scippato. Ho quasi trent'anni è vero, ma non ti stranire. Fra poco ti sarà tutto più chiaro e capirai perché ricevi la mia prima letterina solo a quest'età.
Mi sono sempre chiesto quanti anni abbia tu, ma non ho mai avuto una risposta. Mi hanno detto solo che sei molto vecchio, per questo motivo spero che tu non ti faccia problemi per la mia età oramai non più tenera.
E non stupirti nemmeno che ti scrivo solo ora. La letterina te la mando adesso che Natale è passato, perché spero che da qui all'anno prossimo tu abbia abbastanza tempo per riflettere sulle mie considerazioni. So che saranno difficili da esaudire e anche da prendere semplicemente in considerazione. Ma perché dovrei scriverti altrimenti a quest'età? Ho una carta di credito tutta mia (prima del furto... è vero... )quindi posso comprarmi tutto quello che voglio, quindi a te chiederò solo cose che non si possono comprare con i soldi e con le fatiche.
Vorrei che non ci fosse più sofferenza. Quest'anno ne ho vista molta attorno a me. Ho visto una persona attraversare un tunnel molto lungo, in cui la realtà era accecata. Ho visto sulla sua faccia un'immensa sofferenza, smarrimento e dolore. Incomprensione per quello che le stava succedendo, incapacità di analizzare le radici profonde di questo male.
Ti prego, regala il sorriso a tutti quelli che mi vogliono bene, proprio quel sorriso che ho visto sulla sua faccia quando dal tunnel è uscita con la speranza di non doverci mai più fare ritorno.
Vorrei che ci fosse sempre l'amore. Quest'anno sono stato fortunato e penso di averne ricevuto molto. Ci tiene in vita ed accende le speranze. Ne ho visto fiorire molto anche nei torridi mesi estivi, quando i fiori soffrono sfiancati dalla calura. Ho visto dei sorrisi, del buonumore, ho visto una compagnia di cui non godevo da tempo.
Ti prego, fai in modo che questo amore possa crescere e diventare sempre più forte davanti a un mondo che lo vorrebbe estinto, invisibile e represso. Fai in modo che avremo la forza di coltivarlo nonostante le intemperie e le circostanze avverse che lo circondano, sarà così che ritroveremo forse la speranza che anche questo amore è possibile.
Vorrei che la salute fosse data per tutti. Ho visto stanze del mio ufficio svuotarsi, temporaneamente o definitivamente. Persone che hanno dato la propria vita alla causa, lottando per i più poveri e per i meno abbienti di diritti. Ho visto queste persone sudare per fare in modo che i meno fortunati fossero uguali a noi. Ho assistito a riti multireligiosi che commemoravano la scomparsa di queste persone: in un'unica sala dieci dèi diversi invocati contemporaneamente, ma tutti uniti nella speranza che quell'anima buona trovi la pace duratura. Ho visto un'amica uscire dagli ospedali e tornare a ballare con me, la gioia negli occhi di essere emersa da un cumulo.
Ti prego, fai in modo che anche l'anno prossimo io e tutti coloro che stanno per unirsi alla causa dell'aiuto ai più disperati e bisognosi possano trovare in loro l'energia per continuare a lottare in questo paese dalla politica cattiva, malefica ed egoista.
Vorrei che il passato fosse un amico e non un coltello brandito a sorpresa dietro una porta. Spero nella riconciliazione con ciò che mi è appartenuto, nel lontano passato da bambino al paese del sud desolato dal quale ti scrivo e nel vicino passato da adulto nella capitale. Vorrei che questi due mondi un giorno si conciliassero e che le persone che li hanno abitati trovino la concordia anche dopo il conflitto.
Ti prego, fai in modo che io trovi le forze per scacciare il negativo che questo passato mi porta e riscoprire il positivo che mi fa continuare a vivere serenamente.
Caro Babbo Natale, so che questa lettera non ti arriverà mai. Mi accontenterei però anche soltanto se essa arriverà al cuore di chi, attraverso le mie mani,l'ha creata.
S.
giovedì 25 novembre 2010
A qualcuno piace "cavolo"

Essere soddisfanti o non essere soddisfatti. Ultimamente, mi sono ritrovato a mettere in discussione persino la semplice liceità del porsi questo pensiero.
Come se, il semplice fatto di vivere in un contesto in cui non facciamo la fame e non soffriamo la sete ed abbiamo persino qualche agio, ci espropri del diritto all'insoddisfazione rispetto alla nostra vita.
Rivendico il diritto all'insoddisfazione. E lo faccio per un solo motivo, perché per ora (e non credo che la cosa cambierà in futuro) sono certo di avere diritto a una sola vita e diventando più grande, avviandomi verso i trent'anni, mi rendo conto che ogni momento che ho vissuto è un momento andato, che non posso più riafferrare o recuperare.
A tutti sarà capitato di avere inviato una mail e di avere notato, solo successivamente all'invio, che all'interno del messaggio ci fosse qualcosa di migliorabile, di perfettibile o persino di sbagliato. Ecco, se l'insoddisfazione o frustrazione in quel caso può essere forte, immaginiamo nel caso in cui si parli di cose della nostra vita e non di un semplice messaggio di posta elettronica.
Io mi batto, quando posso, contro la fame del mondo e contro ogni ingiustizia, contro ogni discriminazione e contro ogni diseguaglianza.
Ma non è perché c'è la fame nel mondo o perché persone muoiono di fame che i miei problemi non hanno diritto di esistenza.
Ce l'hanno perché ogni vita è unica ed irripetibile ed ogni vita ha diritto ad avere una propria dimensione e riconsiderazione.
La logica dell'accontentarsi di quello che si ha e del fatto che porsi domande rispetto al fatto di essere o meno soddisfatti sia persino un vizio borghese mi fa incazzare profondamente e la trovo ipocrita. Io sono una libera mente pensante - talvolta sragionante, per carità... - e per questo motivo mi arrogo il diritto all'insoddisfazione.
Me lo arrogo ancora a maggior ragione poiché io di tutto sono figlio meno che del vizio borghese, poiché sono nato e cresciuto in un posto dove la borghesia non l'ho nemmeno incrociata. Poiché so cos'è la sofferenza, so da racconti diretti di familiari cosa sia la fame e l'essere esposti alle intemperie dell'inverno senza vestiti adeguati, perché so cos'è la morte e la malattia.
Tuttavia, non voglio e non intendo né ora né mai rinunciare alla poetica della sofferenza e dell'insoddisfazione. Non intendo privarmi di questo aspetto anche per qualche verso melodrammatico dell'esistenza.
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