In questi giorni, i ricordi delle strade del paese tornano alla mia coscienza con cruda violenza.
Non sono ricordi visivi, sono ricordi di suoni.
Aggrappato a uno dei miei libri recuperati chissà dove, ascolto il garrire sfinente delle rondini, le urla di decine di ragazzi per strada, il cuocere del sole sull'asfalto, il rombare di qualche motorino smarmittato.
Siamo la generazione della doppia crisi.
In quegli anni un negozietto era aperto ad ogni angolo delle strade, ero un fanciullo e potevo andare ovunque mi pareva, a patto che quell' "ovunque" fosse situato nel giro di qualche centinaio di metri da casa. Non mancava nulla, c'era davvero di tutto: dai piccoli alimentari alle botteghe degli artigiani.
Il rumore dello sferragliare dell'officina di mio padre, il saldatore del fabbro, il suono delle stoviglie che proveniva dagli appartamenti allo scoccare del mezzogiorno.
Eravamo tanti e giovani, gli appartamenti erano tutti pieni. Le case erano abitate, quasi tutte.
Poi sono diventato adolescente, l'età della confusione, quella in cui ero freddamente cosciente di non capire nulla. E invece, crescevo e capivo sempre di più. Ma la presa di coscienza è stata cruda e rapida.
Mentre crescevo e cominciavo a capire quali fossero le mie vie di fuga, quale fosse il mio destino, le mie aspettative, tutto attorno a me si avviava verso una triste descrescita e decadenza. Era arrivata la crisi. Ero troppo adolescente per capire chi mi avesse imposto quella crisi, da dove venisse e, soprattutto, perché dovessi pagarne io le conseguenze.
I rumori dell'adolescenza svanivano assieme alle mie speranze di diventare grande, di crescere, di fare progresso, di riscattare la povertà in cui erano cresciuti i miei genitori.
Le botteghe pian piano chiudevano. Il fabbro quasi non saldava più. Gli alimentari avevano tirato giù le serrande; per sempre. La signora di mezza età che lo gestiva non faceva altro che cucinare sughi in casa e fare le pulizie. Il vecchio registratore di cassa era rimasto intrappolato in una polverosa busta di cellophane.
Ma la cosa peggiore fu quando vidi le prime valigie. Quelli più grandi di me non c'erano più per strada. Finito il liceo, cominciavano a pronunciare, con sguardo rassegnato e affascinato al contempo, i nomi delle grandi città: Milano, Roma, Napoli... Andavano a studiare, per non fare più ritorno.
Sono cresciuto con la coscienza che tutto attorno a me si stesse svuotando: le case, le scuole, le strade. I figli dei vicini di casa ritornavano per le feste a riempire il corso del paese con i propri racconti di piccole e grandi emigrazioni.
Quella crisi è stata la prima a segnare la mia vita, come quella di tanti altri che per costruire il proprio futuro hanno dovuto caricarsi sulle spalle uno zaino pieno di rimorsi di coscienza.
Presto sarebbe toccato a me.
Quei ricordi si sono sedimentati e, sicuramente non per caso, sono riaffiorati adesso.
Ho quasi trent'anni. A quest'età c'è la voglia di lavorare, di costruirsi un futuro, una famiglia, organizzandosi ognuno come si può...
E invece anche qua, nella grande città, anche in questo momento - in cui dovrei guardare fiducioso al futuro - non ho assistito altro che alla fuga di persone che sono poi scomparse in qualche aereo per non fare più ritorno. Il mondo è di nuovo in crisi, ancora una volta, brutto scherzo del destino, quando le mie aspettative erano ai massimi.
E invece, ancora valigie sugli usci delle porte, ancora treni, case che si svuotano, ancora aerei e ancora la solita domanda: perché paghiamo sempre noi? La risposta ha il peso emotivo pari a quello di un camion di catrame bollente che ti viene versato addosso, mentre guardi l'azzurro del cielo.
Oggi però ho una coscienza del "fuori da me" più ampia di quella del sempliciotto adolescente. So che paghiamo un prezzo che non dovremmo pagare noi. Che noi siamo solo le vittime di un sistema che ci considera piccole macchine produttrici di reddito, di PIL e che se per qualche ragione diventiamo improduttivi, siamo pronti ad essere lasciati indietro alle nostre precarie miserie.
E nel contempo assistiamo alle squallide vicende di un paese in cui la corruzione risiede nei palazzi delle istituzioni e convive con le associazioni di mafiosi, in cui lo squallore ha preso il posto della dignità e del buon costume, in cui i diritti di molti soccombono a favore dei privilegi di pochi, in cui i giovani che faticosamente si sono costruiti una propria - seppur precaria, come dev'essere - identità, se la vedono demolire a colpi d'ascia da chi amministra con scelleratezza quel che rimane della cosa pubblica.
Una nuova crisi mi avvolge. Questa però è più violenta, perché non è fatta solo di soldi che non ci sono più, ma di valori che vengono sotituiti da disvalori e da turpità.
Altroché incoscienza adolescenziale. Adesso la coscienza di persona adulta che si vede deprivare passo passo della propria dignità grida con forza una rabbia insopprimibile. Mentre tutt'attorno, tutto tace, la coscienza civile è intorpidita e un silenzio assordante stordisce, il mio furore dell'essere per la seconda volta nella vita vittima di un'altra crisi vorrebbe gridare fino a finire il fiato e a seccare la gola.
domenica 26 settembre 2010
mercoledì 1 settembre 2010
A qualche giorno dal silenzio
Ho un disperato bisogno di malinconia. Mi sento solo in un mondo di gente che sembra conoscersi.
Le prime avvisaglie dell'autunno mi avviluppano in un silenzio interiore che mi stordisce. Le vacanze sono solo un vuoto (lo dice la parola stessa, ma abbiamo dimenticato il significato delle parole; un vuoto che mi separa dal bisogno di confondermi nel pieno totalizzante delle facce sconosciute che mi ronzano attorno mentre percorro le strade.
Mi costringerò al contatto umano per qualche tempo e poi scomparirò. Sono già stanco di chi mi dice come si deve fare, di chi mi implora di fare, di chi mi chiede di non fare, di chi non dice, di chi fa per non lasciare fare agli altri.
Ecco, è ora di prendere una pausa da tutto ciò.
Eppure il nuovo anno è appena cominciato. Capodanno non è il primo di gennaio. Capodanno è oggi, almeno per me.
In realtà, quest'anno non mi sento di volere accogliere. Sento una forte e irreprimibile necessità di eliminare ancora, di repellere ed espellere.
Ancora un po' di giorni di contatto umano forzato e poi mi sentirò libero di reagire.
Si possono percorrere strade che non si conoscono? Anche senza una guida. L'importante non è ricercarsi, è smarrire il senso del tempo e delle cose. Sembra ormai l'unico mezzo per sorvolare ad occhi chiusi la mancanza di senso del reale.
Proprio come la panchina del pratone dell'università che nessuno ha mai pensato di rimuovere. La gente non potrebbe mai immaginare che una panchina davanti a un prato possa rappresentare il senso di smarrimento profondo e di disperazione di un essere umano. Se mai fossi capace di dipingere e reinterpretare L'urlo di Munch, io disegnerei una panchina.
"May the big city bury you alive."
Non so davvero se possa rappresentare un grande risultato il fatto che sia stato io a seppelire la città e ad inghiottirla nel mio ventre. Ora mi si sta rivoltando contro e cerca di scaraventarmisi addosso con veemenza.
La mia mente va agli autunni piovosi di quelle giornate piene di speranze. Vorrei tornare anche solo per un attimo a emozionarmi fra i polverosi corridoi dell'università a riscoprire giornate vissute a metà. Guardo invece i ricordi passare come un passeggero annoiato che dopo ore di treno osserva perso il paesaggio fuori dai finestrini bagnati da una fredda pioggia che con violenza colpisce un treno. Vorrei per un attimo riuscire a ripercorrere quei momenti, perché è stato in uno di quei giorni che mi è sfuggito il senso della musica che accompagna le mie giornata. E la melodia adeso mi suona stonata; peggio, insensata.
"Please help me find the pause button."
A qualche giorno dal silenzio, stringo forte i denti e mi ripeto che sprofonderò nel nulla delle mie giornate e ripeterò a me stesso che se credevo di aver paura, avevo torto. Mi sono preso solo una piccola vacanza per il mio cuore. Respiro l'aria che mi spinge avanti.
A qualche giorno dal silenzio tenterò di convincermi che se credevo che fosse tutto finito, avevo torto.
Cercavo le radici misteriose di questa città e mi sono detto "La verità è nascosta in quell'attimo in cui pensi di capire che la vita ti è passata davanti proprio con il soffio d'aria che non hai respirato. Quindi adesso respira."
La risposta l'ho trovata solo qualche minuto più tardi.
"Vorrei trovare qualcuno a cui potere rivelare quegli attimi tanto intimi da non essere in grado di rivelare nemmeno a me stesso. - -- -- Sono costretto quindi alla solitudine più assoluta."
A qualche giorno dal silenzio tutto ciò è un fardello troppo pesante da sopportare.
Le prime avvisaglie dell'autunno mi avviluppano in un silenzio interiore che mi stordisce. Le vacanze sono solo un vuoto (lo dice la parola stessa, ma abbiamo dimenticato il significato delle parole; un vuoto che mi separa dal bisogno di confondermi nel pieno totalizzante delle facce sconosciute che mi ronzano attorno mentre percorro le strade.
Mi costringerò al contatto umano per qualche tempo e poi scomparirò. Sono già stanco di chi mi dice come si deve fare, di chi mi implora di fare, di chi mi chiede di non fare, di chi non dice, di chi fa per non lasciare fare agli altri.
Ecco, è ora di prendere una pausa da tutto ciò.
Eppure il nuovo anno è appena cominciato. Capodanno non è il primo di gennaio. Capodanno è oggi, almeno per me.
In realtà, quest'anno non mi sento di volere accogliere. Sento una forte e irreprimibile necessità di eliminare ancora, di repellere ed espellere.
Ancora un po' di giorni di contatto umano forzato e poi mi sentirò libero di reagire.
Si possono percorrere strade che non si conoscono? Anche senza una guida. L'importante non è ricercarsi, è smarrire il senso del tempo e delle cose. Sembra ormai l'unico mezzo per sorvolare ad occhi chiusi la mancanza di senso del reale.
Proprio come la panchina del pratone dell'università che nessuno ha mai pensato di rimuovere. La gente non potrebbe mai immaginare che una panchina davanti a un prato possa rappresentare il senso di smarrimento profondo e di disperazione di un essere umano. Se mai fossi capace di dipingere e reinterpretare L'urlo di Munch, io disegnerei una panchina.
"May the big city bury you alive."
Non so davvero se possa rappresentare un grande risultato il fatto che sia stato io a seppelire la città e ad inghiottirla nel mio ventre. Ora mi si sta rivoltando contro e cerca di scaraventarmisi addosso con veemenza.
La mia mente va agli autunni piovosi di quelle giornate piene di speranze. Vorrei tornare anche solo per un attimo a emozionarmi fra i polverosi corridoi dell'università a riscoprire giornate vissute a metà. Guardo invece i ricordi passare come un passeggero annoiato che dopo ore di treno osserva perso il paesaggio fuori dai finestrini bagnati da una fredda pioggia che con violenza colpisce un treno. Vorrei per un attimo riuscire a ripercorrere quei momenti, perché è stato in uno di quei giorni che mi è sfuggito il senso della musica che accompagna le mie giornata. E la melodia adeso mi suona stonata; peggio, insensata.
"Please help me find the pause button."
A qualche giorno dal silenzio, stringo forte i denti e mi ripeto che sprofonderò nel nulla delle mie giornate e ripeterò a me stesso che se credevo di aver paura, avevo torto. Mi sono preso solo una piccola vacanza per il mio cuore. Respiro l'aria che mi spinge avanti.
A qualche giorno dal silenzio tenterò di convincermi che se credevo che fosse tutto finito, avevo torto.
Cercavo le radici misteriose di questa città e mi sono detto "La verità è nascosta in quell'attimo in cui pensi di capire che la vita ti è passata davanti proprio con il soffio d'aria che non hai respirato. Quindi adesso respira."
La risposta l'ho trovata solo qualche minuto più tardi.
"Vorrei trovare qualcuno a cui potere rivelare quegli attimi tanto intimi da non essere in grado di rivelare nemmeno a me stesso. - -- -- Sono costretto quindi alla solitudine più assoluta."
A qualche giorno dal silenzio tutto ciò è un fardello troppo pesante da sopportare.
martedì 31 agosto 2010
CS>CZ = fuochi fatui
“All the lovers
that have gone before,
they don't compare to you.
Don't be running,
just give me a little bit more:
they don't compare.
All the lovers…”
La prossima volta che ti indico un fuoco fatuo che vedo fluttuare in aria non devi sobbalzare. Tu guidi e io osservo il cielo alla ricerca delle stelle cadenti. Tu non mi credi, ma io ti dico che da questa parte del mondo se ne vedono moltissime, davvero.
E infatti, le hai viste anche tu. Un giorno partirò per una lunga spedizione sulle montagne, proprio quelle montagne dove ad Agosto fa freddo la sera. Anche a questo non credevi, invece, i brividi hanno percorso la tua pelle mentre con me guardavi il cielo alla ricerca della stella cadente che non credevi di poter vedere. Un giorno, partirò per il ricongiungimento con gli spiriti che abitano le montagne della Sila. Da bambino, io ci parlavo sempre e anche l’altra volta, tu non te ne sei accorto, ma proprio mentre camminavo con te nel bosco, loro mi sorridevano da dietro le spesse cortecce dei pini.
E alla fine di questa spedizione sono certo che troverò quel meteorite che ho visto cadere milioni di anni fa. Quando io, quando tu non eravamo nulla.
La sera vicino alla costa, quando i monti sono un lontano ricordo, le onde riportano in aria e inalano nei nostri nasi sospiri di perdute civiltà. Non le hai viste tornare alla ribalta dietro gli spruzzi d’acqua che colpivano le mura del castello? Quella era una musica tribale, solo che oggi non lo capiscono. Una volta la suonavano con un tamburello fatto di pelle animale e con un pezzo di bambù con qualche foro. Ma loro non lo sanno.
E’ per questo che se quella sera abbiamo guardato in alto abbiamo visto quell’oggetto arancione, volare.
Ormai sappiamo cosa sono i satelliti, riusciamo a riconoscerli quando li vediamo compiere in tutta fretta le loro orbite nell’atmosfera. Anche gli aerei sappiamo come son fatti. Le abbiamo viste spesso queste grosse api rumorose decollare in cielo.
Chissà cos’era. Forse il vago ricordo di qualcuno che passeggiava su Ponte Carlo.
that have gone before,
they don't compare to you.
Don't be running,
just give me a little bit more:
they don't compare.
All the lovers…”
La prossima volta che ti indico un fuoco fatuo che vedo fluttuare in aria non devi sobbalzare. Tu guidi e io osservo il cielo alla ricerca delle stelle cadenti. Tu non mi credi, ma io ti dico che da questa parte del mondo se ne vedono moltissime, davvero.
E infatti, le hai viste anche tu. Un giorno partirò per una lunga spedizione sulle montagne, proprio quelle montagne dove ad Agosto fa freddo la sera. Anche a questo non credevi, invece, i brividi hanno percorso la tua pelle mentre con me guardavi il cielo alla ricerca della stella cadente che non credevi di poter vedere. Un giorno, partirò per il ricongiungimento con gli spiriti che abitano le montagne della Sila. Da bambino, io ci parlavo sempre e anche l’altra volta, tu non te ne sei accorto, ma proprio mentre camminavo con te nel bosco, loro mi sorridevano da dietro le spesse cortecce dei pini.
E alla fine di questa spedizione sono certo che troverò quel meteorite che ho visto cadere milioni di anni fa. Quando io, quando tu non eravamo nulla.
La sera vicino alla costa, quando i monti sono un lontano ricordo, le onde riportano in aria e inalano nei nostri nasi sospiri di perdute civiltà. Non le hai viste tornare alla ribalta dietro gli spruzzi d’acqua che colpivano le mura del castello? Quella era una musica tribale, solo che oggi non lo capiscono. Una volta la suonavano con un tamburello fatto di pelle animale e con un pezzo di bambù con qualche foro. Ma loro non lo sanno.
E’ per questo che se quella sera abbiamo guardato in alto abbiamo visto quell’oggetto arancione, volare.
Ormai sappiamo cosa sono i satelliti, riusciamo a riconoscerli quando li vediamo compiere in tutta fretta le loro orbite nell’atmosfera. Anche gli aerei sappiamo come son fatti. Le abbiamo viste spesso queste grosse api rumorose decollare in cielo.
Chissà cos’era. Forse il vago ricordo di qualcuno che passeggiava su Ponte Carlo.
mercoledì 4 agosto 2010
Il blog in vacanza

Mi prendo una vacanza. Non sarà una "tsuru tsuru" vacanza quest'anno. Le esperienze sono uniche e irripetibili.
Questo è un anno diverso, non ci sono più alcuni attori e alcune macchiette dell'anno scorso. Alcuni sono rimasti, altri sono felicemente andati via e altri hanno fatto il loro ingresso sul palcoscenico.
Sono delle nuove vacanze, che hanno il sapore di una persona che ha una vita diversa e meno quello del riscatto e della voglia di ricominciare. Hanno piuttosto il valore del riconoscere il nuovo stato delle cose.
Un nuovo status quo di sentimenti mi accompagnerà in questo periodo di pausa in cui metterò al centro l'insostenibile leggerezza del non-essere.
Sarà un buon esercizio, mi permetterà forse di fare pace con una serie di insicurezze e sedimentare qualche granello di fiducia in chi mi circonda.
L'altro giorno su un vuoto autobus agostano osservavo fuori. C'era un cartello che diceva "20 rose, 5 euro". Il valore della rosa.
Se le avessi comprate quelle rose e poi regalate, sarebbero rimaste in casa mia.
Chi le avrebbe ricevute, non avrebbe potuto portarle a casa sua. Rifletterò sul valore di 5 euro o sul valore delle rose?
Comincerò a pormi la domanda, per capire se ponendomi la domanda, potrò poi arrivare a una risposta. Intanto mi sono comprato un nuovo libro per suonare il flauto. Regalerò delle note musicali e le libererò nell'aria della costa.
Al mattino andrò a raccoglierle sulla spiaggia. Il suono si propaga, non scompare. Viene emesso e poi contamina l'ambiente circostante per arrivare lontano, molto lontano. Siamo noi incapaci di sentirlo, non è lui che si estingue.
Suonerò qualcosa e farò regali immateriali, premuroso del non lasciare traccia.
La mia agendina rossa gestirà e fisserà qualche ricordo, poi farò ritorno in città e vedrò di ridare vita a quelle cose.
Buone vacanze.
domenica 1 agosto 2010
Tartarughe infrante

Qualcuno sostiene che siamo vittime del caso.
Io mi limito semplicemente a non sostenere. Raccolgo, elaboro, languisco, accordo e disunisco.
E' tarda notte. Non dormo. Mi capita spesso durante queste sere estive e mi sveglio di soprassalto come se dei ladri stessero rubandomi gli oggetti più preziosi che non posseggo. Faccio sogni strani e mi sveglio con la gola riarsa per le immaginarie corse che fuggo durante le mie faticose notti estive.
Non fa più molto caldo. Di notte, se dimentico la finestra aperta, più sono costretto a richiuderla perché un freddo pungente trapana la pelle.
Una di queste notti sono stato svegliato da un sogno particolarmente molesto. Il freddo che sentivo deve avermi tirato un brutto scherzo. Mi sono alzato e nel dormiveglia mi sono messo a chiudere le finestre della camera. Mentre tiravo le tende, ho sentito un secco tonfo.
A volte ci sono regali che nell'involucro contengono sorprese dolciamare. La gioia del gesto di riceverli non compensa però l'amaro del contesto in cui quei regali vengono fatti. Proprio come quella tartaruga.
Non sapevo che fare: un regalo non si può eliminare, lo si può tutt'al più nascondere nel recesso di qualche cassetto per fare in modo che il tempo ne cancelli le tracce magiche che esso conserva. Proprio come una mummia ritrovata ai nostri tempi. Ma le mummie conservano quell'aura magica comunque, anche a distanza di migliaia di anni, mi sono detto. Quindi ho deciso di tenere la tartaruga bene in vista sperando nell'effetto opposto. La realtà sbattuta in faccia tutti i giorni fa meno male che se ci si espone violentemente una volta tanto.
Ho tirato la tenda e la tartaruga si è infranta.
Qualche giorno dopo, vengo a sapere che un lutto si è consumato proprio quella notte. Scompaiono le persone, come le serate estive durante le prime giornate di settembre. Ultime calde esalazioni nel freddo contesto dell'aria tardoestiva.
Ci sono eventi che annullano le distanze. Eventi che acccordano e disuniscono tracce di immobilismo irreale. Lasciano un solco nel tempo che poi noi dobbiamo faticosamente ricolmare.
Una tartaruga infranta non vale l'esalazione di una vita, non vale il ricevere una notizia sgradita da una persona sgradita.
Preferivo mantenere vivo il ricordo di una mia ferita profonda che dovere sopportare il dolore di una vita infranta.
Ora non so che fare. A che serve incollare i pezzi del passato? Per mantenere le scomposte spoglie di un tempo andato?
Io sono abituato a buttare via tutto.
venerdì 23 luglio 2010
Il secondo assalto a un KFC

(liberamente ispirato a M. Haruki)
Quando ci ripenso, credo di avere davvero commesso un errore abbastanza grave. Ma ci sono delle cose che accadono senza il nostro controllo e non è possibile dire se è giusto o no, accadono e basta. Però, se quella sera avessi taciuto, forse sarebbe stato meglio.
In quei giorni faceva davvero caldo. Nell’appartamento non circolava un filo d’aria e l’afa era davvero opprimente. Nonostante l’appartamento fosse rimasto al buio tutto il giorno, anche dentro faceva un caldo insopportabile e nemmeno stare completamente nudi aiutava.
Dall’esterno provenivano i rumori soliti, tipici di un appartamento della periferia romana. Qualcuno che a tarda sera cercava ristoro nell’acqua fredda dal caldo intollerabile lavando i piatti, altri che ancora credevano che distrarsi guardando la televisione potesse essere un metodo utile per dimenticare il caldo e qualcuno che invece chiacchierava al cellulare affacciato alla finestra. Tutto ciò era relativamente inutile, perché il caldo continuava ad imperversare anche durante la notte.
S. quella sera aveva deciso di rimanere a dormire da me, perché il mio appartamento, nonostante tutto, era relativamente fresco rispetto a molti altri e sicuramente al suo. Inoltre, si era fatto davvero tardi.
Quella sera eravamo andati a bere una birra all’isola pedonale. C’era un’atmosfera veramente gioiosa per strada, gente di tutti i tipi camminava chiacchierando o si fermava ai lati della strada stravaccata sui marciapiedi o persino sull’asfalto a fumare sigarette o bere bevande di ogni sorta. Il sole aveva abbandonato la scena e il buio si stava impadronendo lentamente delle strade e copriva i vestiti dei passanti. Stavamo parlando delle nostre vite passate, ovvero di quel lasso di tempo che intercorre fra una conoscenza e un altro. Quel periodo di tempo che intercorre fra un modo e un altro, quando per una strana congiunzione poi due vite si intersecano e cominciano a produrre un pezzo di passato. Il momento in cui si crea il passato.
Di ritorno a casa mi venne in mente che non avevo davvero nulla da mangiare nel frigo, il vuoto assoluto. C’era di certo qualcosa da bere, una lattina di coca cola. Ma nessun tipo di cibo, forse un limone e un uovo. Fummo presi da una fame inspiegabile, una fame fuori dalla norma. Immediatamente pensai che era stato per colpa della birra. Mai bere una birra a stomaco vuoto, poiché come una malefica pozione, oltre a provocare un leggero senso di stordimento, crea una sensazione di nulla cosmico nello stomaco, apre le cataratte della fame repressa in tutto l’arco della vita.
Fatto stava che davvero non c’era nulla da mangiare e i negozi erano tutti chiusi da un pezzo. Era troppo tardi persino per trovare aperti quei posti tipo minimarket gestiti dagli immigrati del quartiere. Fu in quel momento che S. cominciò a raccontarmi, fra i vari aneddoti di quel suo passato, un episodio davvero curioso.
“Ero con degli amici ad A. e quel giorno eravamo stati tutto il giorno in giro per la città. Era uno di quei viaggi che si fanno da studenti, quando si hanno moltissime energie e pochi soldi in tasca. Come dire, i soldi non bastano mai per dare vita a tutte le energie che si hanno in magazzino.”
“Posso immaginare – aggiunsi io – siamo stati tutti adolescenti in un certo momento della nostra vita. E poi A. è proprio una città che sembra essere stata costruita apposta per i bisogni dei giovani: c’è tutto quello che un giovane potrebbe volere da una città. Incredibile!”
“Sì. Proprio così. Solo che eravamo alla fine della vacanza e ci restavano a mala pena i soldi per comprare il biglietto per tornare in aeroporto e alle 2 di notte dopo una giornata passata in giro eravamo veramente affamati. Non sapevamo cosa fare, proprio come adesso. Uno dei nostri amici disse di avere ancora dieci euro in tasca e che quindi avrebbe potuto comprare un panino con pollo panato. Alla notizia sgranammo tutti gli occhi, anche se ci dicemmo che certo soltanto un panino non sarebbe bastato per sfamare cinque persone con quella fame. Ad ogni modo, ci avviamo verso l’ostello dove eravamo alloggiati e strada facendo incontrammo un fast food. Entrammo e comprammo un panino. Il posto era invaso dal tipico profumo dei fast food, che quando si è sazi provoca il voltastomaco, mentre quando si è affamati, accende una sorta di fame chimica che non ti fa smettere di mangiare e non colma la sensazione di avere lo stomaco vuoto nemmeno dopo un’abbuffata. Il nostro amico riccone andò alla cassa e noi altri ci sedemmo al primo tavolo libero. Il locale era quasi vuoto, ancora una mezz’ora avrebbero chiuso. C’erano solo altri due ragazzi che avevano già svuotato i vassoi e che infatti dopo qualche minuto si dileguarono Tutto sommato c’era andata bene a trovare il posto aperto. Erano rimasti solo tre dipendenti nel negozio e i poveracci avevano delle facce stanchissime. Il nostro amico prese la banconota dal portafoglio, aggiustò la cifra con qualche spicciolo e prese in mano il panino che aveva ricevuto dal dipendente del fast food. Con aria molto mesta si avvicinò al tavolo. Quando scartò il panino fummo avvolti da un profumo indicibile e alcuni di noi avevano l’acquolina che trasudava dai lati della bocca.”
“Certo che esperienze assurde che si fanno da ragazzi!”, esclamai.
“Aspetta, il bello deve ancora arrivare. Il panino non poteva essere suddiviso in cinque parti perché in mezzo aveva questa cotoletta croccantissima impanata e non avevamo un coltello, né tanto meno ptevamo chiedere che ce lo tagliassero in cinque parti. Avrebbero pensato che eravamo dei poveracci. Quindi decidemmo di dare un morso ciascuno. Io mangiai per penultimo e quindi mi rimase, come era immaginabile, il pezzo più piccolo.”
Per qualche motivo quella scena mi fece venire in mente la scena dei sopravvissuti a un incidente aereo sulle Ande che per la fame mangiarono la carne dei cadaveri dei passeggeri morti. Ma non la rievocai, era troppo trucida.
“Il poveraccio che mangiò per ultimo aveva un pezzo di lattuga, uno sbuffo di maionese e un micro pezzo di pollo. Quando il panino fu finito, non ci rimase che guardarci sconsolati. La fame era tutt’altro che spenta e gli stomachi gorgogliavano rumorosamente, tant’è che nonostante la musica di sottofondo, ogni tanto si sentivano rumori assurdi provenire dai nostri stomaci, come delle sorgenti morenti nel fondo di un pozzo. Uno di noi pensò di spendere gli ultimi soldi e comprare un altro panino, ma gli facemmo notare che là tutto si poteva fare meno che fare i portoghesi sui mezzi pubblici e che quindi gli conveniva non spendere gli ultimi spiccioli se l’indomani voleva arrivare in aeroporto e ripartire.”
Io non potei fare a meno di pensare che il nostro problema quella sera era tutto, meno che i soldi. Avevamo entrambi soldi sufficienti per riempire un carrello della spesa. Il problema era trovare la materia prima e un posto dove pagarla!
“Ad ogni modo, decidemmo che sarebbe stato opportuno lasciare stare. Ad un certo punto stavamo quasi per alzarci, quando uno dei nostri cominciò a parlare a bassa voce e ci disse: ‘Io a questa fame non resisto. Rubiamo qualche panino!’. Io rimasi sbigottito all’affermazione. Non avevo mai rubato nemmeno una mela marcia da un albero in vita mia, figuriamoci svaligiare un fast food. Mentre io e un altro della ciurma rimanemmo sbigottiti e contrariati, gli altri due invece fecero un sorriso malizioso, come a fare percepire che l’idea non fosse totalmente malsana e che ci potevano stare. Un altro chiese: ‘Ma come facciamo?’ L’altro, prontamente rispose: ‘Fingiamo un malore. Tu fai finta di avere uno svenimento o che ti è preso un accidenti mentre vai in bagno. Così i dipendenti verranno tutti verso di te, vedendoti cadere a terra, si allontaneranno sufficientemente dal balcone e si distrarranno. Noi andiamo verso il cibo e riempiamo gli zaini di panini. Questi tre cretini non se ne accorgeranno.’”
“Non mi dire che l’avete fatto davvero!”, interruppi io.
“Certo che sì. Io ero il palo, nel senso che dovevo correre verso il malcapitato che fingeva il malore e gonfiare la vicenda urlando: ‘E’ morto! E’ morto!’ e cose del genere. Insomma la scenetta venne benissimo… Salvo che uno dei tre dipendenti a un certo punto si accorse che gli altri tre dei nostri non erano accorsi con me e, insospettito, si girò un attimo verso il bancone, accorgendosi della malefatta.”
“Scommetto che siete finiti in una gattabuia.”, dissi costernato.
“Proprio no! Il ragazzo che aveva finto il malore si alzò di scatto, mi strattonò, diede un pugno a uno dei tre e nella concitazione del momento, schizzammo tutti fuori dal fast food veloci come la luce. Non ci inseguì nemmeno la polizia, solo uno dei tre provò a inseguirci per un pezzo in strada, ma rinunciò subito. E poi, perché fare tutte quelle storie, quei tre deficienti sapevano che quei panini sarebbero andati buttati di lì a breve! Era ora di chiusura!”
“Non ci posso credere! Riesci anche a giustificare un furto!”, esclamai.
“Non lo giustifico, lo motivo! Ad ogni modo i ladruncoli dei miei amici avevano preso ben tredici panini, varie cosce di pollo panate e una serie di salse. Una volta all’ostello facemmo un banchetto meraviglioso!”
La storia mi aveva lasciato interdetto e mi aveva persino distratto dalla fame terrificante che ci aveva assaliti. Da una parte cominciavo ad essere solidale con i ladri di panini, cominciavo a capire cosa significasse. S. era stato molto onesto nel confessare questo misfatto. Da uno come lui, tutto mi sarei aspettato, meno che avesse collaborato a un furto… Ad ogni modo, mi era tutto più chiaro adesso: alla fame non si comanda. Mentre io ero assorto nelle mie elucubrazioni su quanto fosse giusto compiere un crimine finalizzato alla soddisfazione di un bene materiale fondamentale e indispensabile per la sopravvivenza come quello di mangiare, vidi che S. fece una strana faccia.
“Spero – disse - che tu non pensi che io sia un criminale.”
“Ma figurati… tutt’al più un piccolo ladro!” dissi io.
“No, è che in realtà questa situazione mi fa pensare a quella sera. Perché eravamo tutti così affamati da arrivare persino a compiere un gestaccio del genere? Me lo sono sempre chiesto. Noi eravamo i tipici bravi ragazzi poco più che diciottenni in viaggio post-laurea… i nostri genitori ci avevano lasciati partire a soli, proprio perché si fidavano di noi ciecamente e sapevano che non avremmo mai compiuto un atto di questo genere.”
“E invece!” lo interruppi.
“Sai, credo che questa sia una maledizione.”
“Cosa??!” esclamai io, incredulo.
“Sì, questa è una maledizione. E sono convinto che per chiudere il cerchio che si è aperto quella sera, devo svaligiare un altro KFC.” disse con fare serio.
“Ma….”
Non mi diede nemmeno il tempo di parlare che disse: “Io sono convinto che le maledizioni vanno chiuse, perché altrimenti continuano a ritornare ciclicamente nella vita. E questa sensazione di fame che ci ha presi adesso è proprio la stessa di quella sera. Non so spiegartelo meglio, ma è così! Devi fidarti!”
Cominciai a pensare che la birra a stomaco vuoto doveva avergli fatto proprio male. Doveva essere vittima di qualche allucinazione.
“Ad ogni modo, dissi, qui nella nostra città non c’è un KFC. Il più vicino si trova oltre confine! Quindi è meglio andare a dormire e metterci una pietra sopra!”
Vidi la sua faccia contrariata. Si alzò di scatto e mi disse: “Dammi qualche minuto”, andò nel mio studio e si assentò per una ventina di minuti. Quando tornò aveva un foglio in mano e con fare pomposo e con un sorriso da coccodrillo che sta azzannando voracemente un malcapitato gnu affacciatosi su una pozza per dissetarsi, mi disse: “Prepara una valigia. Domani mattina partiamo per V. Tanto abbiamo il fine settimana libero. Torniamo in serata!”
“Cosa??? – esclamai io – Ma ti ha dato di volta il cervello? Non ci posso credere. Ma a questo punto fra qualche ora apriva un qualsiasi bar e avremmo potuto mangiare quanti cornetti volevamo!”
“Ma cosa dici? Noi dobbiamo andare ad assaltare un KFC. Il volo più economico verso una destinazione non troppo lontana dove ci sono dei KFC era questo, quindi adesso dobbiamo andare.”
Dopo una brevissima discussione, mi resi conto che oramai il dado era tratto. Cosa avrei potuto fare? Rassegnato presi una valigia, la riempii con pochissime cose essenziali, giusto per una scampagnata, e la richiusi. Intanto lui aveva già prenotato un taxi, perché il volo era davvero all’alba. Era uno di quei voli per l’est Europa che le compagnie aeree programmano a orari improponibili, ma svendono a prezzi bassissimi. In un batter d’occhio ci ritrovammo a V. In aeroporto mi disse di fermarci perché doveva spiegarmi quale fosse il KFC migliore per compiere un assalto.
Aveva studiato ogni minimo dettaglio. Io ero a dir poco incredulo. Essendo estate, la città sarebbe stata di per sé semi deserta. Quindi disse che il luogo più appropriato, non potendo farci aiutare dal buio poiché il volo di ritorno era verso le quattro del pomeriggio, era il KFC in un quartiere dove c’erano solo uffici e che in quel periodo sarebbe stato quindi deserto.
Al solo pensiero di dovere compiere un’azione criminosa, mi veniva una tachicardia incontrollabile, mentre lui sembrava tranquillissimo, anzi aveva sul viso l’espressione tipica di chi stesse per soddisfare uno di quegli istinti primordiali da sempre repressi. Avrei avuto in quel momento condividere anche un solo pizzico di quella sensazione. Quando lo vidi prendere il suo marsupio con fare davvero astuto, mi prese un colpo.
Tirò fuori un paio di bombolette, sembrava del deodorante. “Questo è spray al peperoncino. Lo porto con me quando vado a recuperare la macchina in stazione quando esco da lavoro tardi. Il parcheggio dove la lascio è davvero sinistro e quindi avere un po’ di questo mi fa stare più tranquillo. Hanno scippato un sacco di gente in quel posto.” La mia sensazione di incredulità aumentava. Avevo davanti un criminal mind e non me n’ero mai accorto in tanti mesi di frequentazione. Cominciavo a pensare che ci saremmo messi seriamente nei guai e che potevo rinunciare definitivamente alla mia reputazione.
Intanto le ore erano passate, quindi proposi di mangiare qualcosa, perché il mio cervello cominciava a sragionare, ma lui si oppose con veemenza, dicendo che fra qualche ora avremmo avuto tutti i panini al pollo e le ali di pollo panate e fritte che avremmo voluto. All’idea, il cervello si rischiarò, anche se ogni volta che intravvedevo dall’autobus che ci portava in centro un supermercato o un ristorante, il mio stomaco faceva un sobbalzo. Diceva che per chiudere il cerchio della maledizione dovevamo per forza rimanere digiuni e mangiare i panini di KFC.
Arrivammo a destinazione. Effettivamente aveva ragione. Non c’era anima viva. Solo qualche passante solitario e raro camminava lungo i muri degli edifici per ripararsi dal sole rovente. Le aveva studiate davvero tutte. Immediatamente accanto all’uscita del locale c’era anche l’ingresso della metropolitana, dove saremmo dovuti scappare dopo l’assalto. Ero esterrefatto dalla minuziosità del piano, non so proprio come avesse fatto a studiare tutti quei dettagli.
Entrammo nel posto. Al bancone c’era una ragazza bionda un po’ paffutella e non troppo alta. Un altro ragazzo esile e biondo anch’egli friggeva la roba nel retro e un altro ragazzo stava facendo pulizia ai tavoli. Si attardò a guardare il menù con lo sguardo vago del turista che non capisce la lingua e cerca di capire le cose attraverso le immagini. Attese che il ragazzo che puliva i tavoli andasse sul retro e si guardò con aria circospetta per vedere la clientela. Non erano nemmeno le 11 e mezza e l’unico cliente era un signore gracile, così magro da sembrare un fantasma che sembrava mezzo addormentato dietro lo schermo di un PC portatile. Mi disse di rimanere a fianco alla porta e di prepararsi alla fuga una volta finito il colpo. Io non avrei dovuto fare nulla, solo rimanere vicino alla porta e usare lo spray al peperoncino solo in caso ce ne fosse stato bisogno, ma mi rassicurò dicendomi che non ce ne sarebbe stato bisogno. Parlava anche a voce altissima, con una foga incredibile, rassicurato dal fatto che i tre malcapitati non avrebbero capito una parola.
Si avvicinò al bancone e ordinò 20 panini con cotoletta di pollo, 4 cesti maxi e 8 ali di pollo. Chiese due coca cola e disse che era tutto a portar via. Non so come, ma in inglese riuscì a spiegare che voleva pagare la coca cola con uno scontrino separato… Io pensavo che oramai eravamo a un passo dalla follia.
Fatto sta che pagò la coca cola e conservò scrupolosamente lo scontrino, mettendo via il portafogli e tenendo una mano nel marsupio. Io atterrito guardavo la scena dalla porta e ogni volta – capitò solo due volte – che vedevo qualcun avvicinarsi alla porta sobbalzavo. Ma le uniche due persone tirarono dritto senza degnare di uno sguardo il locale. Passò un tempo interminabile e quando il bustone pieno delle cibaglie fu appoggiato sul tavolo tirò fuori lo spray e ne spruzzò una quantità indescrivibile addosso alla povera malcapitata che cominciò ad urlare in modo tremendo. L’uomo che era seduto al tavolo sobbalzò e capito che si trattava di una rapina si alzò dal tavolo con una tale veemenza che quando fece per correre via inciampò nel cavo del pc, che finì a terra con un tonfo micidiale e si diresse correndo verso la porta. Io, preso dal panico, tirai fuori lo spray a mia volta e lo minaccia senza avere nemmeno il tempo di spruzzare perché l’uomo si diresse verso il bagno correndo come un pazzo e lo sentimmo chiudersi dentro.
Quando gli altri due ragazzi accorsero S. mi fece cenno di avvicinarmi al bancone e di prendere le altre due buste. Mentre facevo questo la poveretta era rovinata a terra inciampando e urlava come una forsennata. Quando gli altri due si avvicinarono, uno corse verso di me, ma io fui pronto a dargli il ben servito con un’altra buona quantità di spray. Il poveraccio si diresse verso il bagno e sentii uno scroscio d’acqua. L’altro invece, avvicinatosi al bancone cercò di scavalcarlo, ma S. impugnò lo spray e il malcapitato se lo trovò a qualche centimetro dalla punta del naso. Al che il ragazzo si immobilizzò e S. con tono molto pacato gli disse:
“Dammi tre barattoli di salsa. Voglio pagare.”
Il povero fece una faccia rassegnata, aveva ormai capito di trovarsi di fronte a due matti. Prese la salsa, prendendo a calci nella foga la poveraccia che intanto si dibatteva sul pavimento e prese le monete che S. gli porgeva. S. gli chiese lo scontrino. S. prese lo scontrino e lo mise in tasca. Io rimasi sbigottito.
Mi fece un cenno di ok con il pollice in alto. Presi le buste e fuggimmo via lasciando i poveri malcapitati alla loro sorte.
In un battibaleno fummo nella metropolitana e il treno ci portò verso la stazione dell’aeroporto. Io ero convinto che la polizia a un certo punto ci avrebbe individuati e sbattuti in galera. Lui era convinto che non sarebbe successo assolutamente nulla. Con il cuore in gola, mentre il treno percorreva le buie gallerie sotterranee venivo invaso da ondate di odore del cibo nei due bustoni. L’acquolina in bocca e il cuore in gola.
Arrivati in aeroporto, S. mi accompagnò verso un’area poco fuori dal terminal, abbastanza degradata e solitaria. Faceva un caldo micidiale, ma eravamo all’ombra. La coca cola nella fuga si era versata per metà e il sacchetto di carta cominciava a lacerarsi. Il resto era tutto perfettamente intatto, anche se le confezioni un po’ ammaccate. Bivaccammo su quel marciapiede e mangiammo con voracità tutto. Spolpammo le alette di pollo mangiando fino all’ultima briciola di impanatura. Quando rimase l’ultimo panino prese la salsa rimasta e la versò sopra per poi azzannarlo fino all’ultimo boccone.
Per il momento la fame era stata placata. Era come se avessimo messo un enorme tappo sul Vesuvio. La falla era stata colmata. I nostri sguardi assomigliavano a quelli degli ingegneri della British Petroleum quando otturarono la falla della piattaforma petrolifera esplosa nel Golfo del Messico.
Al che, ci guardammo l'un l'altro per un attimo con sguardo perso. “Perché hai voluto pagare la salsa?”, chiesi.
“Noi dovevamo assaltare il locale solo per il cibo, non per le bevande o altro.”
Cosa avrei potuto controbattere? Presi la risposta così come m'era stata data e la incamerai nel cervello, proprio come quando un’onda ti colpisce all’improvviso mentre tu, con il cervello altrove, stai guardando il mare da un parapetto.
Quando salimmo in aereo e la hostess gli chiese la carta d’imbarco per i controlli, lui tirò fuori lo scontrino della salsa e, nonostante le proteste della hostess, con aria tremendamente soddisfatta per il trofeo esibito, tirò diritto e andò a sedersi al suo posto.
Rassegnato lo seguii.
mercoledì 23 giugno 2010
Lo zerbino scomparso
Sono tornato a casa dopo una di queste lunghe giornate di lavoro che caratterizzano il periodo. Appena ho messo piede nel portone, un po' zuppo, vista la pioggia consistente che in questi giorni sta bagnando l'estate, mi sono accorto che lo zerbino davanti al portone dell'appartamento era scomparso.
Bella storia, mi dico... con un leggero rodimento in corpo accompagnato da uno stranimento.
Abitando a piano terra ed essendoci un certo numero di persone che vanno e vengono, ho pensato ad un furtarello. Ma poi mi sono detto: non è possibile! Non ci posso credere che qualcuno abbia potuto rubare uno zerbino!
La cosa, ad essere onesto un po' mi ha turbato.
Due giorni prima riflettevo a questo strano quartiere incastrato fra la "fricchettonaggine" del Pigneto e la popolanità di Torpignattara. Ho ricercato in giro sul web e mi sono accorto che abbiamo persino un sito web: www.pigneto.it! Ho ricercato la storia del nome del quartiere e mi è stato spiegato che deriva da una costruzione romana, una cupola che ha all'interno delle pignatte per alleggerire il peso della volta. Sono andato al parco dove si trova questo Mausoleo di Santa Elena e l'ho visto. Le pignatte ci sono davvero nella cupola, ma evidentemente non sono servite perché il tetto è crollato lo stesso!
Poi sono tornato a casa. Sono cominciati i mondiali e il quartiere si è colorato di bandiere. Non solo dell'Italia: a proposito di dialogo interculturale.
Comunque vada il mondiale a Torpignattara lo abbiamo vinto!
Seduto nel salotto, l'altro giorno ho ascoltato questa conversazione:
"Complimenti!" grida il vicino.
"Che cosa?" grida la vicina affacciata alla finestra.
"Per la partita! Avete vinto."
Non si riferiva all'Italia evidentemente, che finora non ne ha vinta nemmeno una.
"Brasile! Ha vinto partita! Complimenti!"
"Ah, capito. Grazie!"
Bene, questo sì che è praticare il dialogo interculturale. Prepariamoci alla festa quindi, perché qua si festeggerà comunque.
Ma torniamo allo zerbino. O quasi.
Esco di casa, l'altro ieri. E trovo il delirio: polizia, gente in strada, ambulanze e molte facce cupe. Non resisto e chiedo al ragazzo che gestisce il call-centre che cosa sia accaduto. E' morto un ragazzo bruciato vivo in casa in un palazzo a due passi da casa mia. Una scena davvero triste. Non riesco a dimenticare gli sguardi dei ragazzi, suoi coinquilini che riuniti all'angolo della strada, si guardano smarriti. Una volta in ufficio - non senza essere tornato di nuovo a casa per prendere i cellulari che avevo dimenticato per l'ennesima volta - leggo la triste cronaca e capisco meglio.
Quando passo davanti al palazzo la sera, rientrando verso casa, non posso non notare i mazzi di fiori davanti al portone.
Le signore del palazzo si siedono a chiacchierare davanti al portone di solito e là le trovo: chiedo loro se hanno visto qualcuno portarsi via uno zerbino.
"E' stata sicuramente V. - Mi rispondono le signore! - E figurati se qualcuno se rubba no zerbino, ma cche semo 'mpazziti!? Mo' jo dico io a 'ssu madre che a deve tenè a bbada a regazzina!"
"Ma cche ddici? So' trent'anni che cce combattemo...."
Interrompo con educazione e dico: "Vabbè non vi preoccupate, è solo uno zerbino!"
"Viè cco' mme", mi dice una di loro.
Mi porta in giro per il palazzo e scopro angoli reconditi che non conosco. Parti del cortile, sottoscala... posticini sconosciuti.
Tant'è... che lo zerbino spunta fuori in un sottoscala.
Chi l'avrebbe mai detto che talvolta la riconciliazione va cercata nei sottoscala? Mai dare nulla per scontato. Mai!
Bella storia, mi dico... con un leggero rodimento in corpo accompagnato da uno stranimento.
Abitando a piano terra ed essendoci un certo numero di persone che vanno e vengono, ho pensato ad un furtarello. Ma poi mi sono detto: non è possibile! Non ci posso credere che qualcuno abbia potuto rubare uno zerbino!
La cosa, ad essere onesto un po' mi ha turbato.
Due giorni prima riflettevo a questo strano quartiere incastrato fra la "fricchettonaggine" del Pigneto e la popolanità di Torpignattara. Ho ricercato in giro sul web e mi sono accorto che abbiamo persino un sito web: www.pigneto.it! Ho ricercato la storia del nome del quartiere e mi è stato spiegato che deriva da una costruzione romana, una cupola che ha all'interno delle pignatte per alleggerire il peso della volta. Sono andato al parco dove si trova questo Mausoleo di Santa Elena e l'ho visto. Le pignatte ci sono davvero nella cupola, ma evidentemente non sono servite perché il tetto è crollato lo stesso!
Poi sono tornato a casa. Sono cominciati i mondiali e il quartiere si è colorato di bandiere. Non solo dell'Italia: a proposito di dialogo interculturale.
Comunque vada il mondiale a Torpignattara lo abbiamo vinto!
Seduto nel salotto, l'altro giorno ho ascoltato questa conversazione:
"Complimenti!" grida il vicino.
"Che cosa?" grida la vicina affacciata alla finestra.
"Per la partita! Avete vinto."
Non si riferiva all'Italia evidentemente, che finora non ne ha vinta nemmeno una.
"Brasile! Ha vinto partita! Complimenti!"
"Ah, capito. Grazie!"
Bene, questo sì che è praticare il dialogo interculturale. Prepariamoci alla festa quindi, perché qua si festeggerà comunque.
Ma torniamo allo zerbino. O quasi.
Esco di casa, l'altro ieri. E trovo il delirio: polizia, gente in strada, ambulanze e molte facce cupe. Non resisto e chiedo al ragazzo che gestisce il call-centre che cosa sia accaduto. E' morto un ragazzo bruciato vivo in casa in un palazzo a due passi da casa mia. Una scena davvero triste. Non riesco a dimenticare gli sguardi dei ragazzi, suoi coinquilini che riuniti all'angolo della strada, si guardano smarriti. Una volta in ufficio - non senza essere tornato di nuovo a casa per prendere i cellulari che avevo dimenticato per l'ennesima volta - leggo la triste cronaca e capisco meglio.
Quando passo davanti al palazzo la sera, rientrando verso casa, non posso non notare i mazzi di fiori davanti al portone.
Le signore del palazzo si siedono a chiacchierare davanti al portone di solito e là le trovo: chiedo loro se hanno visto qualcuno portarsi via uno zerbino.
"E' stata sicuramente V. - Mi rispondono le signore! - E figurati se qualcuno se rubba no zerbino, ma cche semo 'mpazziti!? Mo' jo dico io a 'ssu madre che a deve tenè a bbada a regazzina!"
"Ma cche ddici? So' trent'anni che cce combattemo...."
Interrompo con educazione e dico: "Vabbè non vi preoccupate, è solo uno zerbino!"
"Viè cco' mme", mi dice una di loro.
Mi porta in giro per il palazzo e scopro angoli reconditi che non conosco. Parti del cortile, sottoscala... posticini sconosciuti.
Tant'è... che lo zerbino spunta fuori in un sottoscala.
Chi l'avrebbe mai detto che talvolta la riconciliazione va cercata nei sottoscala? Mai dare nulla per scontato. Mai!
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